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Scarabeo fantasma riapparso dopo 124 anni: come un coleottero “invisibile” cambia la mappa della biodiversità

Scarabeo fantasma riapparso dopo 124 anni: come un coleottero “invisibile” cambia la mappa della biodiversità

Per più di un secolo non si ebbe alcuna notizia di lui. Molti lo consideravano scomparso, forse estinto. Non esistevano registri recenti, né avvistamenti, né prove che ne confermassero la presenza. Eppure, nel maggio del 2023, in un angolo poco frequentato del nord dell’Algeria, un gruppo di ricercatori ha ritrovato l’elusivo Pseudomyrmecion ramalium, uno scarabeo che sembrava svanito dalla carta geografica dal 1900. Non solo è stato trovato vivo, ma è riapparso in un’area diversa da quella ritenuta il suo habitat originario.

Questo ritrovamento è stato descritto in dettaglio in un articolo scientifico pubblicato sulla rivista Zootaxa da un team guidato da Rached Hadiby. Il lavoro non documenta solo la “ricomparsa” del coleottero, ma offre anche una revisione approfondita delle sue caratteristiche morfologiche, della sua ecologia e del suo stato di conservazione. Attraverso lavoro sul campo, analisi morfologica e confronto con esemplari storici, i ricercatori hanno confermato che la specie esiste ancora, anche se rimane estremamente rara e vulnerabile.

Un bosco tra la nebbia e la storia

Il nuovo incontro con Pseudomyrmecion ramalium è avvenuto nel massiccio forestale di Djebel Edough, nel nord-est dell’Algeria. Quest’area montuosa e boscosa, vicino alla città costiera di Annaba, è considerata un vero hotspot di biodiversità. Si tratta di un ecosistema ricco di specie vegetali, tra cui la quercia algerina (Quercus canariensis), che risulta fondamentale per la sopravvivenza di questo scarabeo.

L’ultimo esemplare conosciuto era stato raccolto nel 1900. Da allora si presumeva che le sue popolazioni si fossero estinte o fossero così scarse da risultare di fatto invisibili. Per decenni, inoltre, si pensava che la specie vivesse solo nei boschi della regione della Cabilia, in località come Yakouren o Azazga. Il nuovo ritrovamento si colloca però oltre 150 chilometri a est di quella zona, costringendo a riconsiderare la sua distribuzione geografica e la sua storia naturale.

Uno scarabeo che non vola

Una delle caratteristiche più sorprendenti di P. ramalium è la sua incapacità di volare. In un primo momento si era ipotizzato che possedesse ali funzionali, ma l’analisi morfologica recente ha dimostrato il contrario. Secondo lo studio, “le ali posteriori sono incompletamente sviluppate […] la superficie alare totale è insufficiente per consentire il volo”. Questo tratto lo classifica come specie brachittera, cioè con ali ridotte.

A questa limitazione se ne aggiunge un’altra: lo scarabeo sembra aver perso persino la capacità di aprire gli élitri, le strutture rigide che normalmente proteggono le ali nei coleotteri. Queste adattamenti indicano che la specie ha trascorso lunghi periodi evolutivi in un ambiente molto specifico e probabilmente stabile, come l’interno di tronchi morti, dove il volo non rappresenta un vantaggio selettivo.

Un tale livello di specializzazione rende Pseudomyrmecion ramalium altamente vulnerabile. Qualsiasi alterazione del suo habitat – dalla taglia degli alberi agli incendi boschivi – può mettere a rischio una presenza già di per sé precaria.

La sua casa: la quercia algerina

Pseudomyrmecion ramalium è un insetto saproxilico, ovvero dipende dal legno morto per completare il proprio ciclo vitale. Nel suo caso, il legame è strettissimo con la quercia algerina, Quercus canariensis. Gli autori sottolineano che “questa specie è saproxilica stretta ed è esclusivamente associata alla quercia algerina”.

Durante la fase larvale, lo scarabeo si sviluppa sotto la corteccia o nell’alburno (la parte giovane e tenera del legno) di rami morti o morenti. La trasformazione in pupa avviene all’interno del tronco, e gli adulti emergono tra maggio e luglio. Il comportamento diurno e la notevole agilità nello spostarsi su tronchi e rami sono stati osservati sia in passato sia nella campagna di ricerca del 2023.

In modo curioso, questi scarabei si rinvengono spesso in prossimità di formiche del genere Crematogaster. Non solo condividono lo stesso microhabitat, ma presentano anche somiglianze morfologiche e comportamentali, suggerendo una possibile strategia di mimetismo difensivo. Lo studio evidenzia che “condividono tratti comportamentali, struttura corporea e colorazione, dando luogo a una sorprendente somiglianza con queste formiche”.

Un errore di localizzazione durato più di un secolo

L’articolo corregge anche errori storici rilevanti sulla distribuzione dello scarabeo. Diversi lavori precedenti, compresi elenchi della Lista Rossa IUCN, collocavano erroneamente la specie in zone come la “Dorsale di Collo” o il “Parco Nazionale di Akfadou”. Tuttavia, queste località non coincidono con i dati delle collezioni entomologiche né con gli esemplari verificati.

Gli autori precisano che “Djebel Edough non si trova nella regione della Cabilia ma nella provincia di Annaba, nell’antica Numidia, sul lato opposto della costa algerina”. Questa osservazione è cruciale perché consente di delimitare con maggiore precisione l’area di distribuzione reale della specie, con conseguenze dirette per la sua tutela.

Nel complesso, sono state confermate popolazioni in sole due località: Yakouren e Djebel Edough. Questo dato riduce drasticamente la sua Extent of Occurrence (EOO, estensione dell’areale) e la sua Area of Occupancy (AOO, area di occupazione), due indicatori fondamentali per valutare il livello di minaccia.

Conservazione urgente

La specie è attualmente classificata come “In pericolo” nella Lista Rossa della IUCN. Questo status è giustificato dalla distribuzione estremamente limitata, dal basso numero di popolazioni conosciute e dalle molteplici minacce che deve affrontare. La principale è la perdita di habitat, in particolare a causa degli incendi boschivi di origine antropica.

In aggiunta, la sua incapacità di disperdersi volando riduce ulteriormente la possibilità di ricolonizzare aree perdute o di adattarsi a cambiamenti ambientali. Come sottolineano gli autori, “la sua incapacità di volare limita la capacità di dispersione, restringendo ancora di più la sua area di distribuzione”.

Per garantirne la sopravvivenza, i ricercatori raccomandano una valutazione aggiornata del suo stato di conservazione basata su dati verificati e una maggiore protezione del suo habitat naturale. La recente riscoperta dovrebbe essere interpretata sia come un campanello d’allarme, sia come un’opportunità per avviare programmi specifici di conservazione.