Per Sonja Lyubomirsky, psicologa e docente alla University of California di Riverside, il bicchiere è mezzo pieno: circa il 40 per cento unseres Wohlbefindens bleibt formbar e può essere influenzato attivamente. Restando nella sua metafora, la temperatura emotiva non dipende solo dal termostato interno, ma anche da gesti concreti, come se apriamo o chiudiamo la finestra della nostra vita quotidiana.
Quanto sono affidabili i numeri sulla felicità?
Molte di queste percentuali sono discusse e criticate nella comunità scientifica. Gli studi sul benessere, infatti, non possono essere condotti con una vera «cecità» sperimentale, considerata il gold standard della ricerca. Per cecità si intende che né i partecipanti né i ricercatori sappiano, durante l’esperimento, chi riceve il farmaco e chi solo una pillola di zucchero.
Se questa condizione non è rispettata, l’effetto placebo potrebbe simulare un’efficacia che esiste soltanto nella testa delle persone. Nel campo della psicoterapia, però, chi è in trattamento sa benissimo di esserlo, quindi una vera cecità non è possibile. D’altra parte, se un placebo migliora il benessere soggettivo, perché non considerare anche questo un risultato reale?
Quanto possiamo davvero influire sul nostro benessere?
Su un punto, comunque, gli studiosi concordano: la felicità è modificabile. Non è un destino fisso, ma un’area in cui si può intervenire, soprattutto con pratiche regolari e adattate alla propria vita. Le ricerche suggeriscono anche chi ha il margine di crescita più ampio: più una persona è infelice, più è avanti con l’età e più è motivata, maggiore è il potenziale di miglioramento che può ottenere.
