Fernando Fernán Gómez è uno dei volti più riconoscibili della storia del cinema spagnolo. L’attore fu legato al mondo dello spettacolo fin dall’inizio: i suoi genitori, Fernando Díaz de Mendoza y Guerrero e Carola Fernán Gómez, erano due artisti madrileni legati al teatro, che godettero di una certa fama e rispetto nelle prime decadi del XX secolo. Proprio per il lavoro della madre con una compagnia teatrale in tournée in America mentre era incinta, Fernán Gómez nacque a Lima, anche se nel suo certificato di nascita figura Buenos Aires, e ottenne la cittadinanza spagnola solo nel 1984.
La sua carriera, vastissima, iniziò nella Spagna del dopoguerra, all’inizio degli anni Quaranta, lavorando agli ordini di alcuni dei registi più importanti del panorama nazionale, come Edgar Neville, José Luis Sáenz de Heredia o Ladislao Vajda. Nel corso di oltre sei decenni di attività, l’attore seppe muoversi con naturalezza tra generi molto diversi, dalla commedia al dramma intimista, partecipando e spesso guidando alcuni dei titoli più emblematici della storia del cinema spagnolo: ‘Vida en sombras’ (1948) di Llorenç Llobet-Gràcia, ‘El espíritu de la colmena’ (1973) di Víctor Erice, ‘Las bicicletas son para el verano’ (1984) di Jaime Chávarri, ‘Belle Époque’ (1992) di Fernando Trueba, ‘El abuelo’ (1998) di José Luis Garci o ‘La lengua de las mariposas’ (1999) di José Luis Cuerda.
Un talento totale: attore, scrittore e regista
Oltre alla recitazione, Fernán Gómez non si limitò a un solo mestiere. Il suo talento lo portò a distinguersi anche come scrittore, sceneggiatore e persino regista, mettendosi dietro la macchina da presa in classici come ‘El extraño viaje’ (1964), ‘El mundo sigue’ (1965) e ‘El viaje a ninguna parte’ (1986). La sua versatilità gli valse sette premi Goya individuali, in categorie molto diverse tra loro: Miglior attore protagonista, Miglior attore non protagonista, Miglior regista, Miglior sceneggiatura originale e Miglior sceneggiatura non originale.
Sul piano personale, il suo carattere forte e spesso spigoloso non passò inosservato ai mezzi di comunicazione. Nel corso degli anni ebbe alcuni scontri molto noti con i giornalisti che seguivano con grande interesse ogni dettaglio della sua vita, contribuendo a costruire l’immagine di un artista tanto rispettato quanto imprevedibile.
La dipendenza dall’alcol dietro il successo
Nonostante l’infinità di successi raccolti, Fernán Gómez visse per tutta la carriera con una forte dipendenza dall’alcol. Fu lui stesso a raccontarlo in prima persona in un estratto di un’intervista che appare nel documentario ‘La silla de Fernando’ (2006), diretto da David Trueba e Luis Alegre. In quella conversazione, l’attore descriveva la sensazione che gli dava il bere con parole molto dirette: “Un nirvana, senza dubbio. Io avvertivo un piacere nel bere in sé. Non perché vincessi la mia timidezza, e la prova è che provavo questa soddisfazione anche quando ero solo. Da solo, a casa, mentre ascoltavo un disco. Stavo meglio solo, a casa, ascoltando un disco con due bicchieri di whisky, che solo, ascoltando il disco e senza whisky”, confessava Fernán Gómez.
Per lui, la differenza tra bere e non bere era netta, quasi assoluta. “La avvertivo come una differenza radicale”, continuava, ricordando come quella sensazione lo avesse accompagnato per anni e fosse diventata un punto di riferimento persino nel modo in cui definiva ciò che gli dava piacere nella vita.
“Infalibilmente solo l’alcol”
Nella stessa intervista, Fernán Gómez rievocava una domanda che gli era stata rivolta molto tempo prima: che cosa gli dava più soddisfazione nella vita. La risposta, raccontava, era stata brevissima e brutale: “Mi ricordo che la mia risposta era molto laconica, perché dicevo: ‘Infalibilmente solo l’alcol’”. Da lì nasceva la sua riflessione più cruda: “L’alcol mi ha dato più soddisfazione di un aumento di stipendio o dell’ovazione del pubblico, persino più del successo”.
L’attore aggiungeva inoltre di non considerare questo sentimento come qualcosa di eccezionale o unico. “Credo, inoltre, che con questo non mi stia manifestando come una persona singolare, perché ho l’impressione che sia qualcosa di diffusissimo. Evidentemente tra chi beve, non certo tra gli astemi”. Con questa osservazione, Fernán Gómez allargava il discorso oltre il suo caso personale, suggerendo che per molti bevitori l’alcol rappresenti un tipo di soddisfazione intima e costante, capace di superare persino il riconoscimento professionale o economico.
